Algeria
Algeria: ai margini dello spazio punitivo francese
Aa Aa Aa
By / di Sylvie Thénault, traduzione dall’inglese di Christian G. De Vito

Nella Francia dell’Ottocento, l’invio nelle colonie era considerato come una forma di pena. Si veniva mandati lí per effetto di varie misure, anche di natura penale, applicate in maniera piú o meno sistematica. Alcune di queste disposizioni furono implementate raramente, mentre altre vennero utilizzate su scala di massa e per lunghi periodi di tempo. Tra le altre forme c’erano i provvedimenti giudiziari, a seguito di un’investigazione e processo; la deportazione, un tipo di pena politica utilizzata ad esempio contro gli insorti della Comune di Parigi nel 1871; e il lavoro forzato, in base al quale i prigionieri erano inviati nelle colonie penali. Altre misure repressive venivano adottate dalle autoritá amministrative e politiche: la transportation, applicata contro gli insorti del 1848; l’internamento, che fu utilizzato contro gli oppositori del colpo di Stato del 1851; e la relegation (o esilio), creata nel 1885 per i recidivi.[i]

Algeria

 

All’interno di questo sistema punitivo l’Algeria mantenne una collocazione marginale perché la colonizzazione di quel territorio di fatto non necessitava dell’invio di detenuti. L’Algeria fu conquistata e colonizzata nel periodo tra il 1830 e il 1880, un’epoca in cui dall’Europa partivano consistenti movimenti migratori, e rispetto ad altre potenziali destinazioni, la sua prossimitá all’Europa le dava un vantaggio nell’attirare i migranti, in particolare spagnoli e italiani. Dalla Francia, i detenuti e le detenute venivano cosí inviati prevalentemente verso la Nuova Caledonia e la Guyana Francese – si stima che 100,000 persone furono costrette a raggiungere quelle regioni tra il 1852 e il 1938.[ii] Ciononostante, anche l’Algeria fu parte del sistema penale che la connetteva alla Francia e alle altre colonie francesi. Connessioni penali attorno alle quali sono emerse nel tempo vere e proprie leggende e che ora i ricercatori possono esaminare per valutarne la consistenza storica effettiva.

 

Una destinazione per l’esilio dei repubblicani? Una narrazione forte, ma ingannevole

Nel giugno 1848, il generale Cavaignac, ex Governatore generale dell’Algeria divenuto Ministro della Guerra, si incaricó della sanguinosa repressione della insurrezione favorevole alla creazione di una Repubblica sociale. A questo fine, tra le altre cose, creó la pena della transportation, che consisteva nell’inviare i prigionieri “verso i possedimenti di oltremare, ad eccezione di quelli lungo le sponde del Mediterraneo”. L’Algeria veniva quindi formalmente esclusa, allo scopo di evitare la diffusione delle idee rivoluzionarie, ma l’applicazione arbitraria di tale misura fece sí che circa 500 dei 16.000 arrestati raggiunsero comunque il territorio nordafricano.[iii]

Un’ondata repressiva quantitativamente ben piú significativa fu quella che colpí gli oppositori del colpo di Stato del 2 dicembre 1851, guidato da Luigi Napoleone Bonaparte, fondatore del Secondo Impero (1852-70). I dissidenti deportati in Algeria furono allora migliaia.[iv] Vennero inizialmente internati in varie carceri e fortificazioni ad Algeri e Bône (l’attuale Annaba), poi furono divisi in due gruppi in base al loro grado di partecipazione alla resistenza: quanti furono ritenuti gli oppositori piú accesi vennero confinati, mentre gli altri furono mandati in due “campi-deposito” e in vari “campi-colonia”. I primi, situati vicino ad Algeri, erano campi disciplinari nei quali i prigionieri erano costretti a lavorare in opere di terrazzamento e irrigazione e nella costruzione di strade.[v] I campi-colonia erano siti di costruzione mobili: il loro numero variava nel tempo e venivano istituiti nelle aree rurali, soprattutto al fine di disboscarle e renderle disponibili a fini agricoli. Le pessime condizioni dei prigionieri impegnati in quelle opere vennero denunciate dai contemporanei, grazie a un esponente repubblicano in esilio a Londra che, avendo ricevuto alcuni documenti in merito, li pubblicó in uno scritto intitolato Bagnes d’Afrique (Colonie penali africane).[vi] Alcuni di questi prigionieri repubblicano raggiunsero inoltre i detenuti che nel 1848 erano stati deportati nel sito delle rovine romane di Lambèse (Lambaesis), nell’Algeria sud-orientale. Lí entrambi i gruppi parteciparono ai lavori di scavo archeologico e costruirono un penitenziario che avrebbe costituito una parte rilevante del sistema carcerario coloniale fino all’indipendenza algerina e che è tutt’ora in funzione. Il nonno dell’etnografo Michel Leiris fu uno di questi lavoratori forzati.[vii]

Queste misure repressive produssero comunque un numero assai limitato di coloni. Nel 1859 il Governatore generale di Algeri stimó che 5.465 dei 6.258 individui inviati dalla Francia aveva giá lasciato l’Algeria. Furono piuttosto i piani di colonizzazione volontaria prodotti dalle autoritá nel 1848-49 a risultare particolarmente efficaci, portando almeno 14.000 migranti in Algeria. Un’attenta selezione tra i candidati a questo flusso di migrazione volontaria mirava esplicitamente ad escludere dai futuri coloni quanti erano stati classificati come agitatori politici.[viii] L’immagine di un’Algeria colonizzata dai militanti repubblicani deportati dalla metropoli è pertanto un semplice mito. Ebbero origine tra i coloni francesi che, in cerca di una “leggenda” fondativa comune, mescolarono nelle proprie memorie la deportazione politica con le proprie migrazioni. Crearono cosí una narrazione potente, ma fuorviante in rapporto ai numeri effettivi.

“Biribi”, o l’ “Universo del castigo militare in Algeria”, rappresenta un caso unico nelle colonie per quanto riguarda le modalitá di esecuzione delle pene militari. Un “universo” di cui Georges Darien, un soldato lí condannato, denunció con forza le condizioni infernali.[ix] Lo stesso fece Albert Londres nel 1924, in uno scritto dall’evocativo titolo Dante n’avait rien vu (Dante non aveva visto nulla).[x] Secondo lo storico Dominique Kalifa, autore di un importante libro sull’argomento, “Biribi” era “una specie di arcipelago penale nel quale l’esercito francese inviava i suoi detenuti”.[xi] Al suo centro vi erano gli abusi commessi contro i detenuti sottoposti alla crapaudine (costretti a stare in una posizione dolorosa, con la pancia a terra e i piedi e i polsi legati dietro la schiena), alla tomb (tenuti in una piccola tenda soffocante) o il silo (all’interno delle buche scavate nel terreno per conservare il grano e altri prodotti del raccolto). Oltre a queste forme di violenza, questi uomini venivano sottoposti ai ritmi estenuanti dei lavori forzati in un ambiente giá di per sè sfibrante. Lavoravano nelle miniere, nelle cave e nei cantieri di porti, strade e fortificazioni. Venivano anche concessi in affitto a privati – imprenditori o comuni – che li impiegavano di solito nei lavori agricoli.

Questi uomini erano ufficialmente assegnati a varie istituzioni punitive sorte nel corso del XIX secolo per punire i soldati indisciplinati, per conrollare gli insubordinati e per liberarsi dei coscritti entrati in conflitto con le autoritá prima ancora di essere incorporati nei rispettivi reggimenti. Erano destinati in teoria ale compagnie disciplinari, ai battaglioni d’Africa (conosciuti come Bat d’Af), alle compagnie disciplinari coloniali, alle sezioni del personale “escluso”, oltre che alle carceri, ai penitenziari e alle officine pubbliche riservate a quanti erano stati condannati dalle corti marziali. In pratica finivano invece tutti all’interno dei medesimi cantieri edili. I membri di alcune compagnie e battaglioni vennero inoltre inviati a combattere, partecipando soprattutto alle campagne coloniali. Dell’ampiezza numerica di questo arcipelago è possibile fare solo una stima approssimativa: secondo Kalifa, comprese circa 7.500 uomini durante il Secondo Impero, 10.000 tra il 1875 e il 1885, 13.000 nel decennio successivo, 9.000 nel solo 1905 e 5.000 nel 1925 – circa l’1-2% del totale degli effettivi dell’esercito, sia pure con oscillazioni nel tempo.[xii] Ripetutamente contestato e riformato, dopo quella data il sistema inizió un lento declino.

 

Dall’Algeria alle altre colonie: migrazioni penali meno note

In un contesto nel quale la storia della Francia e quella delle sue colonie sono considerate come ambiti separati, anche il livello di conoscenza su di essi risulta inevitabilmente squilibrato. Molto ci é cosí noto sulla storia delle migrazioni penali dalla Fracia verso l’Algeria, mentre sappiamo assai meno sui flussi dall’Algeria verso le altre colonie. Eppure é indubbio che i residenti algerini furono sottoposti a regimi punitivi che includevano l’esilio.

Tutti i residenti in Algeria, qualsiasi fosse il loro status (soggetti coloniali “musulmani”, stranieri di varie nazionalitá, coloni francesi o ebrei naturalizzati), potevano essere soggetti alla giustizia ordinaria, basata sui medesimi codici della metropoli. Di conseguenza, potevano essere condannati alla deportazione, al lavoro forzato e alla relegation (esilio). Sappiamo per certo ad esempio che alcuni condannati vennero inviati dall’Algeria nella Guyana francese per svolgervi i lavori forzati: fuggiti dalla Cayenna e divenuti banditi al loro ritorno in Algeria, vennero menzionati in alcuni discorsi sulla sicurezza pubblica all’inizio del XX secolo. E tuttavia nessuno studio storico ha finora riguardato questo tema. Una maggiore attenzione esiste per contro per la deportazione in Nuova Caledonia, fondamentalmente per due motivi. In primo luogo, gli algerini che furono costretti a risiedervi hanno lasciato un segno significativo nella societá di destinazione, tra l’altro esportando le tecniche di coltivazione dei datteri. Le associazioni dei discendenti e le autoritá locali hanno contribuito a far emergere questo passato – un caso particolarmente importante a questo riguardo é quello del municipio di Bourail, giá sito di una colonia penale nella quale vennero inviati molto algerini.[xiii] In secondo luogo, la memoria collettiva algerina si é concentrata sugli eroi della resistenza coloniale che insorsero a El Mokrani nel 1871 e furono deportati in Nuova Caledonia. Il tema è stato trattato in particolare in un libro e in un documentario di Medhi Lallaoui. In Nuova Caledonia i ribelli algerini incontrarono i deportati della Comune di Parigi, tra gli altri anche Louise Michel. Nella maggior parte dei casi furono internati all’Isola dei Pini, lavorando in terreni di difficile coltivazione. Vennero altresí impiegati in lavori pubblici ed ebbero diritto ad avere rappresentanti ufficiali nei cinque capoluoghi dell’isola. Ad alcuni di loro venne permesso di viaggiare tra l’Isola dei Pini e Nouméa. Anche in virtú del sostegno ricevuto da alcuni ex Comunardi, nel 1895 furono compresi in un’amnistia, ma molti tra loro decisero di non rientrare in patria: i legami che avevano costruito in Nuova Caledonia, in particolare con donne francesi, li convinsero a restare.

Il focus sui ribelli di El Mokrani e sui loro legami con i Comunardi rischia tuttavia di oscurare una storia piú complessa, i cui pezzi sono stati messi insieme da Mélica Ouennoughi.[xiv] Quei ribelli infatti non furono gli unici deportati coloniali: prima di loro c’erano stati i membri della tribú di Ouled Sidi Cheikh e dopo di loro vennero i ribelli di El Amri e i partigiani di Bou Amama, cosí come un gruppo di uomini delle province meridionali che furono deportati per aver preso parte a varie rivolte in Tunisia. Ouennoughi stima il loro numero complessivo in oltre trecento persone.

Le narrazioni dei discendenti, nell’ansia di nobilitare le proprie origini, tracciano una netta distinzione tra deportati politici e quanti furono condannati ai lavori forzati a seguito di reati comuni. Tale distinzione tuttavia é erronea. I ribelli di Ouled Sidi Cheikh, ad esempio, furono trattati come criminali comuni e condannati ai lavori forzati. Per contro, alcuni algerini vennero rapidamente graziati a seguito del ruolo svolto nella repressione dell’importante insurrezione Kanak del 1878, un fatto che contraddice la memoria idealizzata trasmessa nella comunitá algerina della Nuova Caledonia. In veritá, chiunque poteva essere condannato ai lavori forzati, alla deportazione o all’esilio (relegation).

I soggetti coloniali come gli algerini potevano essere anche condannati in base a misure riservate ai “nativi” delle colonie francesi. In particolare, il Code de l’Indigénat li rendeva passibili dell’internamento amministrativo, una misura decisa dal Governatore generale e che poteva risultare nell’invio nella Francia meridionale.[xv] Si tratta di una prassi che risaliva ai primi trasferimenti di prigionieri da parte dell’esercito francese durante la guerra di conquista dell’Algeria (1830-47) e che fu iterata in occasione delle repressioni che seguirono le insurrezioni degli anni Cinquanta e Sessanta del XIX secolo. Fatti prigionieri nel corso di vere e proprie razzie o presi in ostaggio durante guerre e insurrezioni, questi confinati includevano anche donne e bambini. I loro numeri variavarno in base all’estensione delle operazioni militari e delle rivolte; in generale possono essere stimati in alcune centinaia. Per internarli vennero requisiti diversi forti lungo la costa mediterranea, ma in maggioranza furono trattenuti nell’Île Sainte Marguerite fino al suo abbandono nel 1884. A testimonianza di queste deportazioni restano sull’isola alcune tombe musulmane.[xvi]

L’internamento in Francia divenne piú raro a mano a mano che le rivolte in Algeria si diradarono. Di conseguenza si ridusse progressivamente anche il numero degli algerini, fino alle poche decine che furono concentrati nel Forte Toretta, a Calvi, in Corsica – l’unico sito di internamento in Francia tra il 1884 e il 1902. In seguito le autorità decisero di abbandonare questa forma di punizione, ritenendo la punizione degli internati, fondata sul trattamento dei detenuti politici e dei prigionieri di guerra, eccessivamente blanda in rapporto a quella dei condannati in base alla legge ordinaria. Ad esempio, quanti erano confinati a Calvi erano liberi di muoversi nel centro abitato durante il giorno e non erano obbligati a lavorare.

In conclusione, ci sembra necessario rivalutare il ruolo dell’Algeria nell’ “archipelago punitivo” francese, non per dare ad essa un’importanza maggiore di quella che ebbe effettivamente, ma per controbilanciare una storiografia che si é occupata fin qui principalmente dei prigionieri inviati dalla Francia verso l’Algeria stessa (repubblicani e soldati), a partire dalle ricerche condotte dagli storici della Francia ottocentesca. Le nostre conoscenze attuali sui flussi penali dall’Algeria verso altre colonie sono peraltro promettenti. Evidenziano una interconnessione tra territori diversi all’interno dell’impero francese, laddove la storiografia dell’Algeria coloniale ha invece dato priorità ai legami di quella colonia con la metropoli. Benché il numero di persone coinvolte sia relativamente limitato, queste deportazioni hanno avuto un impatto sostanziale nelle società interessate e quando non sono state dimenticate, esse hanno anche ottenuto uno status simbolico importante nella memoria della violenza coloniale. Infine, mentre vi é stato un progresso nella conoscenza storica sulle punizioni degli algerini in quanto soggetti coloniali, si sa ancora poco della presenza di altre popolazioni deportate nell’Algeria coloniale. Una storia delle punizioni degli europei in Algeria permetterebbe invece una migliore conoscenza del modo in cui il colonialismo ha prodotto gerarchie di status e trattamenti tra i vari individui e gruppi e di come tali status differenziati si sono riflessi nel campo penale. Questioni importanti, ma che al momento rimangono senza risposta.

[i] http://criminocorpus.revues.org/181

[ii] http://anom.archivesnationales.culture.gouv.fr/ark:/61561/ov287byvz

[iii] http://criminocorpus.revues.org/148

[iv] http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5447105n.image.f36.tableDesMatieres

[v] http://www.cairn.info/resume.php?ID_ARTICLE=LMS_1992_161_0007

[vi] http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k1099073

[vii] http://www.cairn.info/revue-l-homme-2010-3-p-307.htm

[viii] http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5446212t.r=katan.langFR

[ix] http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k91297t/f9.image

[x] http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k204574z

[xi] Dominique Kalifa, Biribi. Les bagnes coloniaux de l’armée française (Paris: Perrin, 2009),

[xii] Kalifa, Biribi, (180-81)

[xiii] http://www.mairie-bourail.nc/decouverte/histoire/larrivee-des-arabes/listes

[xiv] Mélica Ouennoughi, Les Déportés maghrébins en Nouvelle-Calédonie et la culture du palmier dattier, 1864 à nos jours (Paris: L’Harmattan, 2005), 125.

[xv] http://criminocorpus.revues.org/2922

[xvi] http://islamenfrance.canalblog.com/archives/2009/05/19/3699024.html